A che genere di università pensiamo
A che genere di università pensiamo
Nelle ultime settimane, sulla rete e sui media, cè stata una grande discussione
sulliniziativa Concorso di Miss Università 2015, La studentessa più bella e Sapiente degli
Atenei italiani, a questo punto ci sembra opportuno fare alcune riflessioni più generali su
una visione del ruolo delluniversità a proposito delle questioni di genere.
Certo la notizia ha suscitato un certo smarrimento tra noi, come docenti e, soprattutto,
come Rettrici. Certamente conterà in questa reazione il provenire da una generazione che
ha sempre guardato con sospetto a iniziative di questo tipo, in cui si avverte come
prevalente laspetto costrittivo del ruolo della donna, piuttosto che quello liberatorio o di
emancipazione. Certamente molte cose sono cambiate ed è necessario oggi guardare alla
realtà in cui viviamo con maggiore laicità, comprendere la dimensione spettacolare delle
relazioni e dei fatti che accadono. Ma, ci chiediamo, nella realtà-realtà cosa accade?
La questione di genere è stata superata, è stata ridimensionata? Le donne vivono minori difficoltà nel proprio percorso di
affermazione? Ci piace farci aiutare da una giovane donna, una scrittrice nigeriana, per alimentare le
nostre riflessioni, Chimamanda Ngozi Adichie: in un suo brevissimo testo apparso da
poco e già molto discusso, Dovremmo essere tutti femministi, a un certo punto ricorda come
il problema degli stereotipi applicati al genere è quello di creare un modello che prescrive
come le donne dovrebbero essere e non riconosce come sono, senza il peso delle
aspettative che la società, la cultura dominante, continuamente, impone loro.
Non si tratta di una questione di poco conto, se pensiamo che proprio di questi stereotipi
si alimenta, purtroppo la continua, immutabile, reiterata coercizione sociale, culturale,
economica e fisica sulle donne che si manifesta in ambiti e con modalità diverse: nel
fenomeno del femminicidio, innanzitutto - un termine orribile che contiene una radice
antropologica che pare giustificare la sopraffazione di un genere sullaltro; ma anche, con
minore clamore, nel contrasto tra il dinamismo delle donne nella piccola impresa
innovativa, nella ricerca e nelle professioni, e lo scarto nella loro presenza nei ruoli di
governance della società.
Come ci ricorda Wangari Maathai, Nobel per la pace, più sali, meno donne trovi. E
questo lo sappiamo bene anche nellUniversità.
Università che dovrebbe essere il luogo per eccellenza di sviluppo e di diffusione,
soprattutto tra i giovani, di un pensiero critico che rifiuta gli stereotipi, nutrendosi di una
attitudine al confronto in grado di superare i luoghi comuni. Università che, sviluppando
una conoscenza di alto profilo, dovrebbe offrire gli strumenti per destrutturare forme
precostituite di adesione a modelli avvilenti anche attraverso lincentivazione degli studi
di genere, uno degli strumenti scientifici per individuare e ridiscutere anche allinterno
delle diverse aree disciplinari - il sistema binario di genere (dominante-dominato).
E dunque, proprio perché il meccanismo mentale e culturale dello stereotipo può apparire,
soprattutto agli occhi dei giovani, affascinante, in quanto fondato su un sistema di
rappresentazione che semplifica la realtà, riducendola a una sbiadita copia di un mondo
della comunicazione che appare dover modellare la quotidianità, riteniamo che
leducazione di genere debba, attraverso opportuni percorsi formativi, incoraggiare la
lotta alla banalizzazione e offrire ai giovani, donne e uomini che siano, modelli plurali e
scelte consapevoli nella costruzione della propria identità.
Nel rispetto delle peculiarità di genere, è necessario pertanto che chi ha la responsabilità
della trasmissione del sapere e della formazione di un pensiero critico promuova lo
sviluppo delle capacità di ciascuno piuttosto che la banalizzazione dellaspetto.
LUniversità, riteniamo, deve promuovere processi che non discriminino, che superino le
differenze in una sintesi sempre nuova, avanzata e inclusiva, capace di rispondere alle
sfide che la crescente complessità della società attuale pone.
I problemi dellUniversità italiana, come sappiamo, sono ampi e profondi, ma proprio per
questo riteniamo che chi ha un ruolo di responsabilità e di garanzia sia chiamato a
rappresentarla nelle forme più proprie e confacenti a una missione alta e critica, che va
continuamente rinnovata e difesa.
Aurelia Sole Università degli Studi della Basilicata
Elda Morlicchio - Università degli studi di Napoli "L'Orientale"
Paola Inverardi Università degli Studi dellAquila
Maria Del Zompo Università degli Studi di Cagliari
Monica Barni Università per Stranieri di Siena
Cristina Messa Università degli Studi di Milano Bicocca