Comunicati stampa

Il messaggio del Rettore Fiorentino per l'incontro con il ministro dell'Università

Il riassetto e le prossime misure per l’Università, che pure servono al nostro
sistema accademico, devono guardare seriamente al futuro e ai problemi reali del
Paese, concentrando l'attenzione sulle caratteristiche di ogni singolo territorio, di
cui gli Atenei sono presidio di cultura e di legalità, soprattutto al Sud, dove
rappresentano anche la speranza, per tanti giovani, di un futuro migliore. Non
dovremmo più discutere di un'architettura complessiva che sia frutto di sterili e
fredde medie matematiche, di numeri e concezioni astratte. Le scelte che andiamo
a mettere in campo segneranno il domani di questo Paese: non possono essere
figlie di una debolezza ideologica che forse non ha chiara la percezione delle
possibili conseguenze. Non dimentichiamo che le fondamenta e l'architrave del
sistema esistono già. Non servono stravolgimenti radicali ma correttivi efficaci. Ora
dovrebbe essere il tempo di un coordinamento di azioni di carattere strategico, da
proporre a livello centrale, e quindi di un tavolo congiunto proiettato sull'analisi
delle necessità e del futuro degli Atenei, caso per caso.
La Basilicata condivide, in questo senso, le posizioni espresse dai Rettori delle
Università meridionali. Gli stanziamenti non dovrebbero mai più essere considerati
un costo, ma un investimento. Lo dimostra il nostro Ateneo: è una struttura
giovane, nata sulle macerie del terremoto del 1980 come simbolo di rilancio dopo la
tragedia, e tanto sta facendo per crescere e migliorare le sue potenzialità. Non fu
celato assistenzialismo, ma volontà di sviluppo. Per questo abbiamo sempre
guardato al domani percorrendo il legame con le forze e le peculiarità dell'area in
cui viviamo. Questo per noi è, e resta, parte integrante dello spirito fondativo.
Vorrei quindi ribadire - come già fatto dai colleghi - la necessità di evitare tasse più
care per i nostri studenti, affidando il sistema di sostegno economico a un Fondo di
finanziamento ordinario (Ffo) la cui contabilizzazione tenga conto del reale reddito
procapite delle singole aree, in relazione ai dati macroeconomici delle diverse
comunità, che al Sud hanno una 'mappatura' variegata. Evitando quindi "guerre tra
poveri" o tentativi di rendere omogenee macroaree che non hanno ragione di
esistere, se non in schemi asettici disegnati sulla carta.
Stessa posizione di condivisione va espressa per l'idea di una correzione del
sistema di valutazione (che tenga conto delle condizioni di partenza di ogni Ateneo,
dell'impegno reale in relazione alle disponibilità economiche e di personale, e dei
bilanci), e sul quadro, mai veramente affrontato, dei progetti infrastrutturali e per i
servizi locali. Anche in questo contesto il Sud rischia di essere fortemente
penalizzato se il problema non viene affrontato in modo analitico e locale. Va anche
preso in esame l'impianto complessivo dei "costi standard", tema quanto mai
delicato e dirimente, e analizzato avendo ben chiaro l'ambito in cui ogni Ateneo è
chiamato a operare. A ciò va aggiunta una riflessione approfondita sui "punti
organico": oggi i criteri penalizzano oggettivamente molte strutture meridionali, e le
poche risorse ottenute possono rendere vano l’impegno che quotidianamente
mettiamo nella gestione e nell'offerta dei servizi a supporto delle attività didattiche e
scientifiche.
Per tutti questi motivi, uno dei punti da cui ripartire dovrebbe essere proprio quello
segnato dalla cosiddetta "riforma Gelmini": mi riferisco all'idea di dare piena
attuazione ai commi 2 e 6 dell’articolo 1, tra i migliori ma tra i più dimenticati della
stessa legge, che dovevano consentire maggiori livelli di autonomia, da concertare
con il Ministero, agli Atenei con i conti in ordine e con una buona qualità della
didattica e della ricerca. Vanno messe a valore specifiche iniziative come quella
legata all’innovativa legge della Regione Basilicata, che consente al nostro ateneo
di avere un indice di sostenibilità economico-finanziaria tra i più alti d’Italia, e che
ha già condotto alla stipula, nell’agosto del 2011, di un accordo di programma ai
sensi del citato comma 6 che potrebbe e dovrebbe maggiormente essere
considerato dal Ministero per sperimentare percorsi di maggiore autonomia.
Pertanto, prendiamo atto dello stato drammatico dell'Università, in Italia e
soprattutto nel Mezzogiorno, e avviamo un percorso che guardi veramente al
futuro. Rifuggendo da spinte alla spettacolarizzazione o all'improvvisazione, alle
quali ci si è talvolta assoggettati in passato. Tutto è perfettibile, e ogni cosa può
essere resa migliore e più efficiente. Ma l'Università non può essere in balìa delle
onde politiche, delle riforme 'last minute' e dei riassetti 'spot' frutto di gruppi a
composizione e ad attenzione alternata. Queste sono onde in grado di annegare
ogni Ateneo. L'Università ha invece bisogno di puntare sulla ricerca, non sui 'premi'
a gestioni frutto di sterili medie matematiche. Sull'efficienza, non sulla riduzione
indiscriminata della didattica. Deve puntare sull'eliminazione definitiva di quelle
sacche di inoperosità, ma senza 'spending review' mediatiche che infieriscono
ormai su un corpo morente.
Si abbandoni, in sintesi, la sciagurata politica dei tagli lineari e indiscriminati che,
tra l’altro, stanno decapitando gli Atenei del Mezzogiorno, che sono un presidio di
legalità e di sviluppo di cui l’Italia non può, e non deve, fare a meno. Proponendo
bensì di porre maggiore attenzione alle specificità e ai distinti ruoli che Atenei in
contesti locali diversi possono svolgere per contribuire al meglio alla crescita
complessiva del Paese.