I boschi vetusti: laboratori naturali a cielo aperto per studiare gli effetti del cambiamento climatico
Da una ricerca condotta da un gruppo di ricercatori italiani , tra i quali Francesco Ripullone e Marco Borghetti docenti di Ecologia e Selvicoltura all'Università della Basilicata, e spagnoli è emerso come i boschi vetusti che vegetano sulle montagne del Mediterraneo siano in grado di resistere alle modifiche del clima. Infatti, nonostante i fenomeni estremi legati ai cambiamenti climatici siano sempre più frequenti ed intensi e gli alberi più vecchi abbiano raggiunto una ragguardevole età, queste piante continuano a mostrare una crescita stabile o addirittura in aumento ad altitudini più elevate. Si tratta di un risultato rilevante, affermano i due docenti, in quanto evidenzia come la maggiore complessità strutturale tipica dei boschi vetusti possa consentire loro di mantenere un elevata funzionalità di fronte ai cambiamenti climatici, resistenza che può mancare in quei popolamenti in cui l'uomo è intervenuto apportando con la gestione una semplificazione. I boschi vetusti costituiscono un patrimonio di inestimabile valore dal punto di vista ecologico ed ambientale in quanto assomigliano tantissimo alle foreste primordiali europee. Ricordano quindi quel paesaggio forestale naturale diffuso in tutta Italia ed Europa prima che luomo intervenisse pesantemente per rompere gli equilibri e sconvolgere il funzionamento gran parte degli ecosistemi forestali. Sebbene vi sia una crescente attenzione per questi ecosistemi ad alta naturalità, la conoscenza degli impatti a lungo termine dei cambiamenti climatici in ambiente Mediterraneo è ancora limitata ha dichiarato Gianluca Piovesan docente di Ecologia Forestale presso l'Università della Tuscia. Questo risultato potrebbe avere rilevanti implicazioni nella mitigazione dei cambiamenti climatici, nei programmi di sostegno alla conservazione della biodiversità e per il ripristino della naturalità delle foreste. I siti selezionati rappresentano un eccezionale esempio di foresta vetusta in Europa con cicli praticamente intatti grazie alla presenza di alberi di dimensioni notevoli, alberi morti in piedi, abbondante necromassa al suolo e un'elevata eterogeneità strutturale. Questi popolamenti sono ubicati in aree montane caratterizzate da condizioni topografiche estreme, ha spiegato Aldo Schettino del Parco Nazionale del Pollino, ciò ha permesso loro di rimanere quasi intatti per secoli. Infatti luomo li ha abbandonati, contribuendo alla loro transizione a condizioni più naturali. È stato possibile confrontare la crescita giovanile degli individui più vecchi con quella attuale degli individui più giovani, data la presenza nello stesso soprassuolo di piante di diversa età. Gli individui più giovani hanno mostrano una crescita più accelerata soprattutto a quote maggiori come conseguenza dellaumento delle temperature. Nel lungo periodo questa accelerazione potrebbe avere ricadute dirette sulla longevità di queste piante. La presenza di questi preziosi laboratori naturali allinterno del parco nazionale del Pollino, la più grande area protetta in Italia hanno dichiarato Michele Colangelo e Jesús Julio Camarero dellIstituto Pirenaico di Ecologia (Saragozza, Spagna), ha rappresentato unoccasione unica per ricostruire e valutare come questi ecosistemi rispondono ai fattori del cambiamento globale, inclusi il riscaldamento climatico e i cambiamenti nell'uso del suolo.
Per maggiori informazioni:
Link articolo su La Repubblica: CLICCA QUI
Link articolo scientifico: CLICCA QUI
Colangelo et al. Mediterranean old-growth forests exhibit resistance to climate warming, Science of Total Environment (2021).